"Più la storia s'avvicina ai nostri tempi, e più alle fusioni di due civiltà attraverso la carne si sostituisce quella attraverso la carta. Alle invasioni le traduzioni." Cesare Pavese, Il mestiere di vivere: 1940, 11 gennaio
Il pressapochismo della folla
L'articolo Web 2.0: the end of organized localization as we know it?, pubblicato nell'ultimo numero di Multilingual a firma di Ultan Ó Broin (che oltre a essere membro del comitato editoriale della rivista, lavora anche per Oracle), farà venire a molti l'amaro Averna in bocca. Perché Ó Broin vede e prevede l'avvento della social translation.
Nel mondo del Web2.0, in cui il content cambia e si rinnova alla velocità della luce, il tradizionale processo di traduzione deve lasciare il posto alla social translation, la traduzione fatta da utenti volontari (si veda Google e Wikipedia), che, con una serie di tools e applicazioni fornite dal cliente, localizzano un contenuto, sia per spirito collaborativo sia per sogni di gloria.
I vantaggi per le aziende sono chiari, se di vantaggi si può parlare.
La social translation avviene online, in tempo reale. Comporta meno costi, ovviamente, e consente una più rapida penetrazione sui diversi mercati. Data la velocità con cui il content si rinnova, si farà a meno della terminologia organizzata (sembra quasi un crimine) mentre il controllo qualità è il dominio del cliente. A questo proposito Ó Broin crede ingenuamente e ciecamente nella saggezza della folla di cui parlava James Surowiecki nel 2004, ovvero la superiorità della saggezza collettiva.
"The wisdmon of crowds à la James Surowiecki means that bad translations will be driven out by good immediately, just like on Wikipedia. Don't like that term or translation? Hell, change it yourself. Now."
Nel paesaggio del Web2.0, caratterizzato dalla cultura della generosità e della partecipazione collettiva, si aggirano qua e là dei dinosauri.
"Naturally, some traditional localization will continue to exist. The public sector and intragovernmental customers with their unaccountable, irrelevant masses of meaningless contend (and budgets) - not to mention such market-distorting obscenities as the translation effort required by the war in Irak - won't go away soon. But these examples will be the uncool Web1.0 cases that will attract only the lazy, bureaucratic-minded and real-world-ignorant as a source of careers and research."
Ha torto Ó Broin quando dice che la social translation la farà da padrona? Pensiamoci un momento.
Quanti fotografi professionisti sono spuntati come funghi grazie a Flickr? Quanti blogger da un giorno all'altro sono stati pubblicati e definiti scrittori? Quanti hanno imparato a progettare siti al liceo e si definiscono ora web designer? Quanti hanno frequentato un corso di scrittura online per poi chiamarsi copy/editor/content manager, senza conoscere l'esatta ortografia di po'? (No, non ci vuole l'accento!) Chi contribuisce a Wikipedia o al Wikizionario?
Nel web2.0 l'importante è partecipare. Occorre solo una buona reputazione virtuale. E quella è facile da ottenere.
Buttiamo dalla finestra professionalità, specializzazione, collaborazione equa e concorrenza basata sulla qualità.
Saggezza della folla? Direi piuttosto pressapochismo.
Aggiunta: grazie a Luigi Muzii, fra l'altro per avermi segnalato l'articolo.

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