Taccuino di traduzione

"Più la storia s'avvicina ai nostri tempi, e più alle fusioni di due civiltà attraverso la carne si sostituisce quella attraverso la carta. Alle invasioni le traduzioni." Cesare Pavese, Il mestiere di vivere: 1940, 11 gennaio

04/09/2007

Il pressapochismo della folla

L'articolo Web 2.0: the end of organized localization as we know it?, pubblicato nell'ultimo numero di Multilingual a firma di Ultan Ó Broin (che oltre a essere membro del comitato editoriale della rivista, lavora anche per Oracle), farà venire a molti l'amaro Averna in bocca. Perché Ó Broin vede e prevede l'avvento della social translation.

Nel mondo del Web2.0, in cui il content cambia e si rinnova alla velocità della luce, il tradizionale processo di traduzione deve lasciare il posto alla social translation, la traduzione fatta da utenti volontari (si veda Google e Wikipedia), che, con una serie di tools e applicazioni fornite dal cliente, localizzano un contenuto, sia per spirito collaborativo sia per sogni di gloria.

I vantaggi per le aziende sono chiari, se di vantaggi si può parlare.
La social translation avviene online, in tempo reale. Comporta meno costi, ovviamente, e consente una più rapida penetrazione sui diversi mercati. Data la velocità con cui il content si rinnova, si farà a meno della terminologia organizzata (sembra quasi un crimine) mentre il controllo qualità è il dominio del cliente. A questo proposito
Ó Broin crede ingenuamente e ciecamente nella saggezza della folla di cui parlava James Surowiecki nel 2004, ovvero la superiorità della saggezza collettiva.

"The wisdmon of crowds à la James Surowiecki means that bad translations will be driven out by good immediately, just like on Wikipedia. Don't like that term or translation? Hell, change it yourself. Now."

Nel paesaggio del Web2.0, caratterizzato dalla cultura della generosità e della partecipazione collettiva, si aggirano qua e là dei dinosauri.


"Naturally, some traditional localization will continue to exist. The public sector and intragovernmental customers with their unaccountable, irrelevant masses of meaningless contend (and budgets) - not to mention such market-distorting obscenities as the translation effort required by the war in Irak - won't go away soon. But these examples will be the uncool Web1.0 cases that will attract only the lazy, bureaucratic-minded and real-world-ignorant as a source of careers and research."

Ha torto Ó Broin quando dice che la social translation la farà da padrona? Pensiamoci un momento.
Quanti fotografi professionisti sono spuntati come funghi grazie a Flickr? Quanti blogger da un giorno all'altro sono stati pubblicati e definiti scrittori? Quanti hanno imparato a progettare siti al liceo e si definiscono ora web designer? Quanti hanno frequentato un corso di scrittura online per poi chiamarsi copy/editor/content manager, senza conoscere l'esatta ortografia di po'? (No, non ci vuole l'accento!) Chi contribuisce a Wikipedia o al Wikizionario?

Nel web2.0 l'importante è partecipare. Occorre solo una buona reputazione virtuale. E quella è facile da ottenere.

Buttiamo dalla finestra professionalità, specializzazione, collaborazione equa e concorrenza basata sulla qualità.

Saggezza della folla? Direi piuttosto pressapochismo.

Aggiunta: grazie a Luigi Muzii, fra l'altro per avermi segnalato l'articolo.

Postato da: BebaManno a 19:34 | link | commenti (3)
varie, traduzione, articoli, riviste


Commenti
#1   04 Settembre 2007 - 19:42
 
A Ó Broin deve essere sfuggita una delle più classiche leggi dell'economia per la quale la moneta cattiva scaccia quella buona.

Credo però sia solo uno di quei furboni che cercano di spacciarsi per romanticoni, anche se, in tutta onestà, non se se al suo posto, in Oracle, non proverei anch'io una sortita del genere.

Il Web 2.0, peraltro, è affollato di furboni, e noi ne conosciamo qualcuno, o no? :-)


L.-
utente anonimo

#2   05 Settembre 2007 - 11:30
 
accanto alla parola "pressapochismo" metterei anche "mediocrità".
viviamo in un mondo che si accontenta sempre più di cose mediocri, piuttosto che profonde.

comunque è anche vero che non sempre si può generalizzare, qualcuno grazie a flickr professionista c'è diventato davvero:
http://www.pbs.org/mediashift/2007/08/photo_communityflickr_changes.html
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente sand

#3   07 Settembre 2007 - 12:12
 
Sai cosa? Quello che ci siamo detti e quello che hai scritto mi è tornato in mente stamani leggendo un thread su un frequentato portale internazionale destinato agli operatori del settore GILT.
E mi sono fatto qualche domanda, a dire il vero le solite alle quali, ahimé, non riesco a trovare risposte consolanti. Forse è per quanto che viene fuori da posti come quello, però, che il buon Ó Broin si fa certe opinioni. Vediamo se c'è qualcuno tra i tuoi lettori che per queste domande riesce a proporre risposte argomentate ed esaurienti, e magari consolatorie.

Perché ogni volta che esce fuori l'annoso problema delle tariffe, subito c'è qualcuno pronto a tirare fuori il confronto con medici, ingegneri, architetti, commercialisti, avvocati, notai che si farebbero tutti, ma proprio tutti, pagare a peso d'oro? A me non risulta che coloro che esercitano una libera professione regolamentata percepiscano tutti necessariamente onorari da favola, anzi.

Perché nessuno ricorda che tradurre è un mestiere e non una professione, che il mercato è frammentato perché gli operatori individuali sono troppi e in stragrande maggioranza donne che scelgono questo lavoro proprio per le caratteristiche di flessibilità di cui poi, però, si lamentano perché alimentano il pregiudizio antifemminile?

Perché ogni volta c'è qualcuno che invita a brandire l'ascia, la spada e la lancia contro il nemico "agenzie", dimenticando che lo splendido isolamento in cui tanti, troppi traduttori preferiscono rintanarsi rende loro impossibile offrire i tanti variegati servizi di cui la clientela ha bisogno?

E perché, alla fine, la responsabilità ce l'hanno sempre le associazioni di categoria, come se queste non fossero o dovessero essere composte e animate proprio da coloro che dovrebbero tutelare e che, invece, le disertano e quando vi si iscrivono non perdono occasione per sottrarsi agli impegni che con la loro adesione dovrebbero invece sostenere?

E perché se anche il richiamo del miraggio dell'ordine non funziona, si tira fuori sempre l'Internet, come fosse il vaso di Pandora, da dove arrivano i concorrenti sleali, gli intermediari senza scrupoli, gli affamatori di "professionisti" indigenti?

Forse la risposta sta tutta nel fatto che per dare risposte serie occorre riflettere, documentarsi, verificare e tutto questo costa fatica. Le discussioni da bar, invece, valgono poco, ma costano anche meno, anche se non servono ad acquistare conoscenza e consapevolezza e a risolvere anche un solo problema.

E il fatto che queste discussioni da bar si svolgano proprio in quei luoghi da cui i problemi dovrebbero nascere non significa niente?

Mala tempora currunt
utente anonimo

Commenti
 

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