"Più la storia s'avvicina ai nostri tempi, e più alle fusioni di due civiltà attraverso la carne si sostituisce quella attraverso la carta. Alle invasioni le traduzioni." Cesare Pavese, Il mestiere di vivere: 1940, 11 gennaio
Recensione
E' arrivata la prima recensione di uno dei libri che tempo fa avevamo regalato.
Brian Moore, The lonely passion of Judith Hearne (Facendo clic sulla copertina potete arrivare a leggerne le prime pagine)
Parafrasando l’incipit di un altro, più celebre autore irlandese, il Frank McCourt de “Le ceneri di Angela”, si potrebbe dire che non c’è niente di peggio, per una donna quarantenne, dell’essere povera, irlandese e cattolica. A ciò aggiungete la scarsa avvenenza della protagonista, Judith Hearne, ed il suo irrimediabile status single: avrete il ritratto di una vittima predestinata ad un’esistenza monocorde ed incolore.
Ma la capacità di immedesimazione dell’autore nei moti dell’animo della sua eroina è davvero notevole, e rende il romanzo scorrevole e lieve nonostante la pesantezza dei temi trattati.
Persino Judith ha diritto al suo momento di celebrità, alla sua vacanza dalle convenzioni, all’esplosione della follia che cova in ciascuno di noi. Un momento che viene preparato dall’incontro con un improbabile “principe azzurro”: James Madden, maturo emigrante di ritorno in odor di fallimento esistenziale.
L’incontro con James, costellato di qui pro quo ed umiliazioni, funge da detonatore alle finzioni di cui era costellata la vita della protagonista, facendola sprofondare in una spirale di sincerità autodistruttiva – l’ostia consacrata le appare d’improvviso come semplice pezzo di pane; l’affetto per la zia malata mostra, a posteriori, tutta l’oppressione di un legame soffocante; il calore del focolare trasmessole da una famiglia di conoscenti si rivela illusorio e di facciata; e Edie, la sua unica amica, è colei che in realtà le trasmette il vizio del bere.
Una creatura letteraria che pare presa di peso da “I Malavoglia”, Judith, nel suo sforzo di sfuggire al destino; ma la struttura circolare del romanzo ce la mostra, all’inizio e alla fine, intenta alla medesima contemplazione degli oggetti che le rendono “casa” ogni dimora in cui vive. Con in più, il peso della consapevolezza che niente sarà più come prima.
Franca Di Muzio
Franca di Muzio lavora come copywriter senior in un’agenzia di pubblicità della sua città, Pescara, dove è tornata dopo aver accumulato esperienze in Italia e all’estero. Dopo la laurea in Lingue (inglese e russo) e prima di iniziare a lavorare in pubblicità ha fatto la traduttrice, la redattrice/editor, l’insegnante, l’addetto stampa, la giornalista, l’aspirante scrittrice-sceneggiatrice… Alla sera, in pausa pranzo, in macchina tra un semaforo e l’altro, e in ogni altro momento quasi libero, divora parole scritte di ogni genere, con una particolare preferenza per la letteratura straniera.

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